Per separarti da
ore non trascorse
io ti lasciai respirare
sotto polveri appena scalfite
il tuo affiorare cancellai
suonando di un verde vescica
la buia dimenticanza
Cucite in sordina le
poche parole alle spalle amate
di colui che avanti a te
non vede
testo: daniele fiacco
L’ altalena
Spinta dal respiro
Conta di chi guarda
Il fiorire degli occhi
C’è a tratti un’ombra in posa
Sullo stagno verde
Acceso nella luce lo
sfregarsi rumoroso dei
cristalli con cui
rendere omaggio
Tutta l’attenzione dell’immobilità
Al ballo senza inizio
L’altalena
Appesa a metà cielo
È la durata del singhiozzo
Poco più giù, imbevuto di fango
Il carillon raschia dalla musica la
Forma dei mulini a vento
Cullando tutti insieme
un fazzoletto bagnato
A cui manca un nastro
Per stringere dell’ambra
L’antica morbidezza
In equilibrio
Sulla punta del piede
Il ballerino fa pendere
Dalle sue protesi
L’imminente caduta
.
.
.

testo: daniele fiacco
immagine: jan saudek
Arabesco intrecciato al selciato lo sguardo che si tende per svolgere la forma di un corpo.
Vuoto tattile lo sguardo che dispiega il suo desiderio.
Incastrate gocce d' aria mosse sotto la superficie del vuoto. Soffocate onde e lacerazioni con cui respirare.
(Incisione fino al calore)
(svuotato…)

Si sente il selciato sotto la superficie acquea, un fondale espanso dal respiro, su cui posarsi dopo aver desiderato. Ed è per questo che si vede: si vede perché si desidera. E si muore, forse, per scoprire e sbucciare gli occhi dalla fissità di un’immagine.
(svuotato…)
(esibito da mani con radici e sciarpe avvolte dentro)
Il corpo sul fondale, annodando al respiro le mani aperte.
(immobili…)
(Mescolanza nera della pancia, tinta sbagliata per la stoffa di tappezzerie dopo l'incendio)

Alghe nella gola tagliate dai denti. Tessitura del fondo che buca al limite della resistenza la rètina della pelle.
(Dopo l’incendio…)
(Densità di umore per ringiovanire. Pellicole di occhi d'altri per la dovuta spiritualità)
Il corpo trasogna se stesso.
(Sono ricette cubiste per versare i capelli nel bicchiere)

Resta impigliato all’umido del suo sentire.
Ingoia silenzio
Dissanguato
dal
Secondo
Battito.
(da conservare per tempi migliori che non saranno mai giorni a seguire…)
Spilli conficcati nei denti.
Dopo l’incendio…
piovono aghi, chiodi da esposizione per la pelle che si strappa.
testo e immagini: daniele fiacco

Sfilacciare i momenti è un'arte,
come ripiegarli al di fuori di un corpo
Imbottire di luce le tasche vuote
è spogliare dall'interno l'anoressica lontananza
Un'arte confusa,
risolta dall'inevitabile trauma
di ogni evitabile bellezza.

testo: daniele fiacco
immagini: gottfried helnwein
non sfuggire al velluto che di gioia deforma il sorriso - io non posso attendere nell'ombra viscida nient'altro che l' aria umida che la gola mi riempie - non sfuggire al taglio del tuo passo sulla terra - tutta la cenere sarà un tempo lontano nelle radici dei capelli - sentiremo del corpo la notevole ridondanza - e mai stanchi, sopraffatti da tutto - nelle rose ci troveremo a rivivere.

testo: daniele fiacco
immagine: lawrence alma-tadema

immagine: daniele fiacco


immagini: daniele fiacco
sostengo due cose:
primo: che l'essere umano è biologicamente bisessuale. ciò vuol dire che tutti desideriamo intensamente avere anche rapporti omosessuali. secondo: chi trova la forza e il coraggio (perché in questa società cattolico-sessuofoba ce ne vuole tantissimo) di riconoscere pubblicamente il proprio stato di "frocio", chi trova questa forza è un essere superiore. l'omosessualità no, perché è legge di natura... ma la rivelazione della propria diversità sì, è grande rivelazione umana e artistica.
pier paolo pasolini



Punto primo: la stanza come frattura e congiunzione. La logica degli spazi che si organizza attorno all’idea di separazione e integrazione. Punto secondo: scatole destrutturate dal vapore. Stanze trasparenti. Emanazioni fisiche, emotive, dove i corpi estendono la percezione del vuoto. Vuoto capace di assorbire e diventare altro, ma anche vasche da bagno, sorgenti artificiali, acque versatili a cui estendere storie di corpi.
Visualizziamo una stanza partendo dall’idea del rifuto, ma dove ogni apertura integra un esterno che è convertito dalla necessità. Il rifiuto, non parte tanto da una volontà di esclusione (che è una conseguenza), ma da una constatazione di inconciliabilità: la stanza, è il diaframma fisico che traduce l’esterno, adattandolo al “necessario” che respinge l’inutilizzato. Luce, aria e acqua tendono ad essere filtrate, riscaldate, raffreddate, profumate a piacimento e adattate alle esigenze del corpo, che negli interni rincorre una nudità originaria dove il benessere diventa l’input di infinite variazioni sul tema e dove tutti gli aspetti vengono attraversati. Il rifiuto consiste nella convalida degli opposti, vale a dire il riscontro di una rinnovata ed insanabile incompatibilità del corpo con l’ambiente da modificare. Potremmo parlare di stanza come rifiuto o purificazione del limite se vogliamo, dove lo spazio diventa spazio vivibile. La frattura di una stanza come azione privata, quindi, non può che slittare linguisticamente tra la separazione e l’integrazione, così come il corpo.
Se pensiamo alle architetture in ferro e vetro realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento fino ad oggi, pensiamo ad edifici come grandi insetti gelatinosi attraversati dall’aria; alle ossature nude degli elementi strutturali o ad alcuni aspetti del movimento moderno dove gli edifici sono concepiti come energie pulsanti che azzerano stasi e sovrapposizioni ornamentali, fino ai flussi di Zaha Hadid o alle frantumazioni taglienti di Daniel Libeskind, dove l’architettura diventa addirittura veicolo di analogie geologiche e antropomorfe in chiave spettacolare, accolte in sé come potenzialità strutturali. Alcuni esempi di architettura contemporanea hanno inizio dallo sforzo di riconciliare materiali industriali di costruzione con l’ambiente esterno, preso così com’è, e reso capace di attraversare l’edificio. L’architettura come organismo vivente quindi, che non domina uno spazio modificandolo, ma interagisce con esso. Pensiamo poi, attraverso uno spostamento mentale, a spazi privati come gusci immateriali in cui inventare trasparenze e ritorniamo alla funzione destrutturate della stanza, che separa l’unità di corpo e ambiente non in senso univoco, ma rifondando e comprendendo in sé un’idea altra di compenetrazione. Da qui fino al corpo (come parte relazionata al mondo e stanza di un proprio interno condivisibile), ai vestiti e alla moda (come contatto con l’esterno e l’interno), e così via. Il concetto di stanza si moltiplica traendo dalla frattura col mondo lo strumento più duttile per una immersione totale.
Ci si può reinventare in una stanza. Si può ragionare per sottrazione fino a raggiungere un punto di partenza per un altro modo di essere, lontano o meno da quello che si è. Questi viaggi psichici presuppongono non tanto uno spostamento fisico, quanto uno slancio mentale che trasforma l’immobilità in una condizione dinamica.
Zoom: vasca da bagno. Pensando ad una stanza d’uso comune, il bagno ad esempio, ci si accorge di come la sorgente artificiale della vasca possa proporre una calzante analogia con il ventre materno e il liquido amniotico, di come l’igiene contenga in sé rigenerazione e memoria, oltre che disciplina del corpo. Si tratta di elementi che stabiliscono il rapporto tra corporeità e spazio vissuto, di segmenti di immaginario, di saturazioni simboliche che si relazionano alle architetture per fare dello spazio abitato un’esperienza interiore, e dell’esperienza interiore un’estetica dell’esperienza. Una stanza, una vasca da bagno e il vapore dell’acqua calda. Questi sono gli elementi per un attraversamento del limite corporeo, spinto più in là, verso il suo momentaneo annullamento. Il corpo bagnato infatti assume una morbidezza che lo rende attraversabile. La pelle si fa tramite tra i liquidi interni e l’acqua, alimentando un processo osmotico percepito dal pensiero. Da qui inizia un processo inverso alla moltiplicazione della stanza. Come in un gioco di scatole cinesi o come in una matrioska, lo spazio fisico e mentale della stanza implode su se stesso arrivando al suo azzeramento. Dal corpo si riparte e l’implosione diventa dilatazione.
Il nostro quotidiano è cosparso di momenti in cui dal corpo ricomincia un ripensamento del nostro abitare, attraverso un viaggio, attraverso un’esplorazione emotiva. Parte dello sguardo contemporaneo consiste nell’ essere attenti a questi momenti, nell’ estendere la trama di percezione che rende possibile la presenza trasparente, immateriale, di una corporeità sganciata dai pesi statici e dalle interruzioni di un possibile confine.
testo e immagini: daniele fiacco

catalogo della mostra "Fuori dalla gabbia" (omaggio a Tonino D'Erme) a cura di Massimo Palumbo
testi critici di: Giorgio Bonomi, Giulia Capurso, Daniele Fiacco, Loredana Lasala, Gianluca Marziani, Massimo Palumbo, Pier Giacomo Sottoriva, teresa Zambrotta.
artisti: Roberto Andreatini, Kinga Araya, Sergio Ban, Ivan Barlafante, Giuliana Bocconcello, B. Zarro, Tomaso binga, Paolo Borrelli, Angela Cacciotti, Algra Castema, Francesca Cataldi, Antonella Cavallaro, Carmine Cerbone, Ilario Cesare, Giuseppe Coluzzi, Baldo Diodato, Claudio Di Carlo, Giacomo Di Giorgio, Giuseppe Di Lelio, Fernando Falconi, Ermelindo Faralli, Antonio Farina, Pino Genovese, Giuliano Giganti, Domenico Giglio, Yonel Hidalgo Perez, Ada Impallara, Emilia Isabella, Andrea Lanini, Emilio Leofreddi, Dante Gentile Lorusso, Lughia, Alfonso Malinconico, Alberto Manzetti, Luigi Menichelli, Gian Battista Morana, Franco Ottavianelli, Achille Pace, Luca Pace, Michele Peri, Renata Petti, Riccardo Pieroni, Massimo Pompeo, Giuseppe Quinto, Anton Roca, Fausto Roma, Normanno Soscia, Irina Temouchkina, Franco Troiani, Zeroscene.
editore: Il Levante
guardare attraverso.
essere qua.
poi là.
sullo stesso sguardo.
Prendo dai denti la durezza di una marea invernale. Il cavo orale sprofonda oltre le labbra, riaprendo la lamina di carne fino al nero dello stomaco. Attraverso con un soffio di respiro le saldature delle membrane. Resta polvere e sporco da diluire in forza estrema. Disperdo calore nell’aria riempiendomi di muco fino alla partitura delle ossa. Prendo dai denti la durezza di una marea invernale. Il cibo è un destino di passaggio.



Hai tagliato la faccia. Hai tagliato e incollato su occhi non miei la tua voglia di essere visto. Distribuito pezzo dopo pezzo al buio di mani avvolte allo stomaco. Hai tagliato la faccia. Una forma affascinate, un riflesso di luce sulla saliva delle lenzuola. Hai ricucito la faccia col senso di un dopo imminente. Scatti fotografie che non voglio vedere. Lo fai per infastidirmi. Il corpo emana vapore. Reso piaga dagli occhi. Non posso ferirmi per la troppa crudeltà. Mi metto a ballare per non essere visto. Sfrego il dolore di vertebre elettrizzate. Troppo attento ad un sorso di vento. Un nastro di infezione che incastra in gola. Lana di vetro. I vetri della finestra trattengono il fiato. Coi lati degli occhi vedo scomparire. Sono incapace di piangere. Sono assente nei tuoi baci. Maltrattami con un ago per rendermi vivo.
testi e immagini: daniele fiacco




immagini: daniele fiacco

già visto con le ossa il gonfiore del respiro...

testo e immagini: daniele fiacco
Tieni la fronte da dietro, attraversi con le mani un incendio nel ventre.

Tagli, mastichi, sputi, soffi via pezzo dopo pezzo la ruggine degli arti.

Bevo da te un sedativo di aria ai lati della bocca.
testo e immagini: daniele fiacco


immagini: daniele fiacco
sculture : david begbie

immagine: daniele fiacco